Ricominciamo dai nostri valori e dalla comunità.

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Vi sembra normale che per appendere un crocifisso al muro ci si debba difendere davanti ad un giudice? La recente sentenza del TAR, che ha sancito il valore pubblico di un simbolo che va oltre la cristianità,  rappresenta una luce che squarcia il buio morale e ideale in cui viviamo, ma è anche il sintomo che quel quotidiano di valori, di emozioni, di tradizioni che fa parte della vita di ciascuno oggi è privo di punti di riferimento perché la politica ha abdicato al proprio ruolo. Quel “patrimonio dell’umanità” costituito da una famiglia seduta intorno ad una tavola imbandita, da un genitore che controlla una pagella, dalla maestra che educa i nostri figli, da un medico che cura il paziente, da un nonno che aiuta i nipoti a laurearsi, dalla foto della prima Comunione, oggi è privo di tutori, viene osteggiato e quasi espulso dalla vita pubblica della comunità per essere confinato alla sfera privata.  Insieme a quel crocifisso qualcuno vorrebbe spedire nel sottoscala anche la nostra identità, le storia di vita di ciascuno di noi, le piccole e grandi cose in cui ci riconosciamo. E questo non solo per il malgoverno della maggioranza di turno, ma anche perché spesso le forze moderate hanno timidamente interpretato il proprio ruolo, hanno ceduto al politicamente corretto, al timore di esporsi, di predicare idee “fuori moda” oppure sono state distratte dai personalismi. I valori dei moderati non sono tramontati, sono diffusi nella comunità, sono attuali e rappresentano oggi la via d’uscita da una crisi che non è solo economica,  ma è ideale, di valori culturale. Sono l’antidoto a quei “peccati che gridano verso il cielo”, come l’invidia, l’ira, l’accidia, e a tutte le altre forze disgregatrici della nostra vita sociale. Per uscire dalla macerie e ricostruire la nostra isola occorre ricomporre un fronte moderato che riparta anzitutto dai questi valori: la vita, la libertà, la famiglia, l’impresa e il lavoro. L’area che per semplificare viene definita di “centro-destra” non è solo la somma dei voti di partito, ma ha ragioni più profonde per ritrovarsi unita: la condivisione di principi che prevalgono sulle strategie politiche e dinanzi ai quali anche i personalismi non hanno ragione di esistere. Su queste basi solide, sulla nostra capacità di essere “interpreti del quotidiano” può nascere una alleanza ed una proposta programmatica che possa tradurre questi valori in azioni, con la forza di un rinnovato senso di appartenenza e di lealtà. Se sapremo portare in politica lo spirito del genitore, del medico, dell’imprenditore, del maestro elementare, restituiremo un punto di riferimento alla nostra comunità. E’ così che si può riavvicinare la politica a ciò che accade ogni giorno fuori dalle quattro mura del palazzo. La nostra sfida è alta e non si risolve nel semplice appostamento in attesa di un passo falso della maggioranza o che questo o quel partitino si sfili per far mancare alla giunta oltre alle idee anche i numeri. Se sapremo ritrovarci sui valori  e aprirci al contributo di idee, di passione politica, di tensione morale e ideale delle nuove generazioni  delle categorie, non sarà difficile tradurre principi condivisi in azioni politiche, superare i personalismi che troppo spesso ci hanno diviso. La vera rivoluzione oggi è restituire alla nostra tradizione popolare e nazionale, al nostro modo di vivere, ai nostri costumi la centralità che meritano nell’azione politica. Il vero cambiamento è quello di restituire ai nostri figli e nipoti le “certezze” che abbiamo ereditato dai nostri padri e dai nostri nonni. Su queste basi si può costruire un’alleanza di forze politiche che sia fondata non sull’attesa del gioco dell’alternanza al governo, ma sulla volontà di riportare nelle Istituzioni non più le cosiddette “agende” dei burocrati della politica, ma le speranze, le preoccupazioni, le aspirazioni di chi è genitore, studente, imprenditore, professionista, pastore. Ecco perché la competizione va oltre il “duello” con i nostri avversari va a suon di uffici elettorali, staff ed esperti di comunicazione. Questa è la sfida del nostro tempo. A noi spetta il coraggio e la generosità di raccoglierla, di riaccendere la fiaccola della speranza per consegnarla alle future generazioni.

*Intervento pubblicato su “La Nuova Sardegna” del 12 Giugno 2017.

 

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